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Argini della memoria

di  Fabio Campedelli

Di seguito un estratto dal “Rapporto preliminare sui diffusi fenomeni di liquefazione verificatisi durante il terremoto in Pianura Padana Emiliana del Maggio 2012”, redatto in data 31 maggio 2012 dal gruppo di studio dell’Università degli Studi di Firenze – Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale – Sezione Geotecnica, composto da Crespellani T., Facciorusso J., Ghinelli A., Madiai C., Renzi S., Vannucchi G.

Si tratta della parte relativa ai “fattori predisponenti” del fenomeno liquefazione che ha interessato alcuni centri emiliani e in particolare alle trasformazioni antropiche che il territorio ha subito nel corso dei secoli e che, se da un lato hanno consentito di bonificare ampie aree rendendole coltivabili, hanno indotto anche una non trascurabile vulnerabilità sotto il profilo geotecnico in condizioni sismiche.

Ciò che appare particolarmente interessante è la memoria dell’antico volto di quel territorio cristallizzata nella toponomastica.

Una prova di più di come la prevenzione sismica debba passare anche per la ricerca e l’esame dei più piccoli e apparentemente insignificanti indizi, attuando una meticolosa lettura del territorio, di quanto emerge dalla superficie che calpestiamo e dal passato che tendiamo a dimenticare.

clicca > qui < per il testo completo del Rapporto (in formato pdf)

[pp.5-6]

Sulla base dei dati storici, la zona in cui sono stati rilevati i fenomeni di liquefazione rientra tra le aree di pianura alluvionali all’interno delle quali, durante terremoti di intensità analoga a quella dell’evento principale del 20/05/2012, vi sono stati precedenti casi di liquefazione (Galli & Meloni, 1993; Baratta, 1901).

 La zona è considerata quindi tra quelle ritenute geologicamente suscettibili di liquefazione per la presenza negli strati superficiali di depositi sabbiosolimosi di origine recente.

 Ma è da sottolineare che in tale zona le forme fisiche dell’ambiente sono state visibilmente modellate dall’uomo con un lavoro di decine di secoli che ha comportato moltissimi interventi di difesa dalle alluvioni e dai ristagni nelle grandi depressioni interfluviali. Tali interventi sono stati sempre più frequenti a partire dal 1500. La pianura in questa zona è attraversata da antichi drenaggi e da torrenti che percorrono i terreni per impaludarsi e perdersi nel sottosuolo.

Nel corso del tempo, l’attività agricola si è insediata occupando i dossi naturali costruiti dai fiumi e dai loro rami abbandonati, estendendosi alle zone circostanti anche con riempimenti del terreno. Da alcuni studi storici (Cazzola, 1997) risulta che per i riempimenti delle casse di colmata venissero utilizzati particolari limi in quanto ritenuti fertilissimi.

È soprattutto con l’unità di Italia che, per incentivare un più rapido sviluppo dell’agricoltura, in tutta la regione fu dato impulso a spettacolari opere di bonifica con tre tipi di azioni: colmate, scoli naturali e sollevamenti meccanici delle acque. In molte zone le acque torbide dei fiumi sono state deviate in comprensori delimitati da argini, che occupano attualmente una larga parte del territorio. Dagli anni ’60 in poi, l’avanzata accelerata dell’industria e dell’espansione urbana ha portato ad utilizzare anche le aree che erano state bonificate per uso agricolo, insediandosi sui terreni di colmata e sugli argini.

Ci si è soffermati su questa ricostruzione storica per due motivi:

1)     perché tutti i casi osservati sembrano rientrare proprio in zone interessate dalla colmata di vecchi alvei ed argini (prevalentemente dei Fiumi Reno e Panaro);

2)     perché, nella programmazione delle eventuali indagini sul terreno, è importante prima identificare la geometria delle colmate, dei vecchi e nuovi argini, nonché la profondità dello strato argilloso di base, e quindi stimare le principali proprietà meccaniche, in campo statico e dinamico, delle litologie identificate, tenendo conto della grande eterogeneità spaziale delle caratteristiche del terreno negli strati superficiali e quindi le difficoltà di generalizzazione dei risultati ottenibili.

Per quanto riguarda i livelli di falda, dagli studi condotti dalla Regione Emilia-Romagna risulta che in tali zone i livelli sono molto superficiali e addirittura la distanza dalla superficie è mediamente compresa tra 80 e 130 cm.

Sulle caratteristiche granulometriche si attendono i risultati delle prove di laboratorio, ma l’evidenza visiva e tattile del materiale fuoriuscito indica un limo-sabbioso finissimo a granulometria uniforme, che presenta una percentuale di sabbia variabile, in alcuni casi maggiori (ad esempio in corrispondenza della sponda sinistra del vecchio alveo del Reno, prima che questo venisse deviato in seguito alle bonifiche di cui si è detto).

[…]

[p. 15]

 La strada principale di Mirabello (Corso Italia) è orientata in direzione SW – NE (Figura 11), e ripercorre il vecchio alveo del Fiume Reno, prima che questo venisse deviato in seguito alle bonifiche di cui si è detto nel paragrafo 3. Le case si trovano quindi su un modesto pendio con il fronte su Corso Italia (punto più basso) ed il retro, in generale con cortili di varia dimensione, leggermente più in alto. Una seconda strada si estende sulla sommità arginale (antica): lungo la sponda destra (via argine vecchio) e lungo la sponda sinistra (argine postale). Su entrambi i lati l’argine è ancora ben visibile, specie dal lato campagna e presenta una discontinuità topografica evidente.

 

 

Sette circondari idraulici nella Carta topografica del 1847 della Pianura Bolognese (elaborazione E. Farne’)


 Topografia bolognese del 1763.
Il corso del Reno sfocia nelle valli tra Poggio Renatico e Malalbergo (elaborazone E. Farne’).
Con la stella è indicata la posizione di Mirabello, in giallo San Carlo


 

 Mirabello (FE)

 

Mirabello e San Carlo (FE)

 

 

Toponimi significativi: ricordi del vecchio alveo fluviale (loc. Mirabello)

 

Toponimi significativi: ricordi del vecchio alveo fluviale (loc. Mirabello)